giovedì 11 agosto 2011

Joe Sorren @ Roma

Un breve post per parlare di questa persona meravigliosa, che non conosco, ma che mi sta simpatica a pelle e vorrei tanto conoscere di persona e abbracciare e prendere un caffè con che è tale Joe Sorren. Per chi non lo conoscesse o non avesse visitato la sua pagina o non l'avesse googolato, Joe è un artista contemporaneo. Dipinge per l'esattezza. E crea delle cose fantastiche come l'immagine del post, che sarà esposta - e questo è poi il motivo di tutte queste parole, e dell'aumento delle mie pulsazioni provocato dall'euforia per la scoperta di questa cosa meravigliosa - sarà esposta dicevo, insieme ad altri quattro dipinti A ROMA! il prossimo ottobre, precisamente alla Dorothy Circus Gallery (che prima di ora per me poteva essere tranquillamente una pizzeria vintage stile mago di Oz, lo ammetto) che si trova precisamente qui http://www.dorothycircusgallery.com/contact.php
Questo è il sito di Joe (http://joesorren.com/) e questo è il suo blog (http://joesorren.com/wordpress/) in cui è possibile seguire anche il work in progress di alcune sue opere.
Segnalo la sua Annunciazione pop surrealista, in cui i canonici personaggi rappresentati sono trasposti e rivisitati in modo decisamente interessante e produttivamente affascinante per le mie cellule cerebrali (ci farei su un discorso interminabile!).

mercoledì 20 luglio 2011

Biophilia

Il 26 settembre prossimo uscirà il nuovo album di Björk. Ma parlare semplicemente di album fa così anni 90! Invece Biophilia è tanto 2011, è un progetto artistico più ampio, perfettamente inserito nello spirito dei tempi, in sintonia con le nuove tecnologie e allo stesso tempo seguace di quel flusso di iniziative in cui gli abitanti del pianeta si stanno riversando per fare la pace con l'ambiente-natura e riprendere i contatti con l'Universo. Pianeti, stelle, galassie, nove e tempeste solari, materia e gas in continua espansione, e rumori, i rumori di questo stiracchiamento cosmico, i suoni dello spazio, di cui tempo fa avevo visto una elaborazione e di cui Björk rievoca l'impronta sonora, sintonizzandosi direttamente con il nostro di pianeta, con i piccoli scricchiolii dei minerali, e il fruscio delle polveri rocciose, e gli urti delle molecole, e le vibrazioni dell'elettricità, cercando di editare le sonorità intime di questa Madre Terra - il suono del celeste modificato (che ho scoperto in questa occasione essere uno strumento musicale oltre che un colore), simile ad un carillon, che culla, che dondola, che ipnotizza. Come se gli elementi chimici fossero note, organizzate su spartiti di formule. E l'idea è quella di utilizzare la natura, non solo per produrre energia, ma per convertire poi quell'energia, quegli impulsi elettrici, in suoni ed effetti luminosi, unendo musica, visual art, scienza e tecnologia. Dopotutto siamo nell'epoca del suono elettronico e dell'IPad! Che infatti è stato usato per incidere parti del disco e che ricopre un ruolo fondamentale nel progetto. L'attenzione sul cd è decentrata: il progetto prevede la distribuzione dell'album sottoforma di app (per IPad, IPhone, ecc) che farà da box su cui si potranno montare le tracce del disco man mano che saranno rilasciate. Diventa quindi tutto multimediale, con inclusi video che uniscono elaborazioni grafiche di strutture chimiche e geometrie elementali a mappe dello spazio acquisite dalla Nasa e dall'Agenzia Spaziale Europea. Ma ecco la cosa che mi fa impazzire. Per produrre i suoni sono stati creati degli strumenti ad hoc! Sembrano dei progetti per esperimenti di fisica elementare, che sfruttano ad esempio la gravità o le onde elettromagnetiche che poi diventano note grazie alla lettura da parte di strumenti digitali, tutto ciò impostato come vere e proprie performance in cui la suggestione sonora si unisce alla fascinazione visiva per questi oggetti e al dinamismo degli effetti luminosi (oltre che dell'apparato strumentale stesso). Il video del post mostra la presentazione del progetto al Festival Internazionale di Manchester, nel cui contesto Björk si è esibita in alcuni live e in cui sono state presentate queste nuove elaborazioni strumentali. Insomma, la cosa mi piace perchè è un progetto collettivo, una sovrapposizione di prospettive, un concept, che porta la creatività al massimo, proiettandoci verso il futuro!

domenica 10 luglio 2011

In fieri

     
Tristezze - numero 1


A: (ridendo) certo che tua figlia è proprio un maschiaccio! E' uscita fuori proprio un maschiaccio!
B: Eh, (indicando la moglie incinta del maschietto) basta che l'altro non esce un po'...un po' femmina! 
(risate)


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Tristezze - numero 2


B: l'altro giorno stavo parlando col mio amico ciclista. Allora sai, lui viene da me...perchè non mi dice mai bene le cose, no...allora viene e mi fa: "dai, così e così...ti presento mio figlio - lui tanto aveva parlato di sto figlio - allora, dico, conosciamo il figlio! Vado e (mima una stretta di mano) mi fa (arrangia la voce in tono stridente, affettato e ammiccante) "piacere, sono Giacomo!"
(risate)
B: (continuando a ridere) non me l'aveva detto che il figlio era...un po' così!



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 Tristezze - numero 3


(facoltà di Lettere e Filosofia) (sic!)
C: (camminando e parlando con D) bè, e mica serviva che Tiziano Ferro ci dicesse che è gay per sapere che fa schifo come cantante!


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giovedì 7 luglio 2011

Molto rumore per nulla

Erri De Luca mi è simpatico. E' piacevole vederlo in tv, il timbro di voce, i gesti. Meno piacevole leggerlo.
Ho letto Non ora, non qui, ma ho aspettato di finire anche Tu, mio per poter confermare un'impressione, e ammetto che mi ci è voluto inaspettatamente tanto. Ogni racconto di De Luca distilla un emozione, ed ogni pagina ne è una goccia. O almeno questa è l'intenzione, perchè di quelle gocce se ne avverte solo il profumo, che vola via presto. De Luca parla in versi - e risultati come "Salì un terzo di luna perdendo la buccia rossa sul lastrico dell'acqua ferma" fanno venir voglia di abbracciarlo e volergli bene. Ma sono piccole perle di un insieme tutto sommato stucchevole. In Non ora, non qui, il primo piano sulla figura della madre, si allarga su un campo totale a comprendere altre figure e spazi - e tempi - le cui connotazioni emotive e sensoriali sono certamente note a chi scrive, che non le indica tuttavia a chi legge; le accenna con gesti imprecisi, con piccoli cenni del capo. Prego? E quindi?! Vogliamo arrivare da qualche parte?! Un ricordo autocompiaciuto, fine a se stesso. In Tu, mio il pretesto del racconto è un amore estivo fugace eppure importante. Il linguaggio è tutt'altro che estivo però, è invernale, pesante, mistificatorio. "Non so cosa ti ho fatto ragazzo, non lo voglio sapere. Mi sei venuto incontro in offerta e io ti ho chiamato mio, perchè mio padre era là addosso a te e dentro" Ma che cos'è, la parafrasi del Cantico dei Cantici?! E' un discorso diretto! Nessuno parla così! Tanto meno degli adolescenti! Sembra la Marchesini nei Promessi Sposi televisivi: "Oh...Renzo! Oh...Renzo!" Ma che è!? De Luca scrive come se dipingesse a rapide pennellate. Anzi no, non lo fa davvero. In realtà mima il gesto di dipingere. E dalle poche linee che toccano la tela non se ne ricava nessun contenuto. Vorrebbe parlare della Vita partendo dalle sue rappresentazioni in scala ridotta, vorrebbe rendere palese una visione d'insieme tracciandone le sfumature senza i contorni. Benissimo. Lodevole. Non è il primo a non riuscirci. Le buone intenzioni ci sono ma il risultato è deludente. E' un continuo incipit. E' un loop di una stessa immagine, sfocata e senza sviluppo. Più che un'emozione, è un'emotività. Salta agitato da un pensiero a un altro, senza riuscire a realizzare la consistenza di una prosa in versi. Manca di coerenza. Ho come l'impressione che sia il mezzo (la forma espressiva) ad essere errato, non la sostanza ad essere povera. Il suo particolare sguardo sulle cose sarebbe più adatto alla forma poetica tradizionale, invece che all'esposizione narrativa. Allora sì che otterrebbe l'effetto cercato con i racconti!  Voglio dire, è come se avesse seminato su un terreno sbagliato, per cui la pianta non cresce o cresce sghemba e brutta. Se seminasse quello stesso seme in un terreno più adatto, magari otterrebbe quanto si promette di realizzare. Opinione mia, eh!

martedì 17 maggio 2011

Le candeline rosa

Ieri un ventesimo compleanno. Effetto sorpresa, palloncini, torta. Con candeline rosa sopra. Fatto che è stato, non una, ma ben due volte sottolineato durante la seraata. Non occorre che io spieghi il genere di sottotesto implicito in simili battute, di quel genere cioè la cui ragione si basa sul collegamento antitetico tra rosa e maschio, la cui ironia si gioca sul fatto che l'attribuzione ad un uomo di un connotato convenzionalmente (ripeto, convenzionalmente) attribuito al genere femminile metta in dubbio, sminuisca la sua virilità. Tuttavia proprio questa singolare attenzione per i piccoli oggetti, e l'attribuzione di un certo valore al colore, e ancora l'idea di virilità che c'è dietro - perchè dietro le parole c'è sempre un'idea, un pensiero, una forma mentis - più adatta ai cosidetti secoli bui (o all'asilo) che ad ambienti universitari, non mi hanno fatto prendere sonno, motivo per cui scrivo tutto ciò alle 2:30 del mattino.
Tralasciamo il fatto che se una persona sente minata (e minabile) la sua appartenenza ad un genere (o ad un orientamento) sessuale dal solo colore di una manciata di candeline, diciamo che c'è qualcosa alla base già minato (insicuro) di suo. Siamo nel 2011 e ancora molti miei consessuali ritengono che il valore di un uomo si giudichi da atteggiamenti smaccatamente "virili" e dalla prontezza con cui il proprio membro si erge in situazioni non necessariamente circoscritte all'ambito sessuale. Che la virilità sia fatta di gesti esteriori, teatralmente ostentati, l'uomo che non deve chiedere mai, che schiocca le dita e compare la macchina e la ragazza perde i vestiti, come nella pubblicità. Scrive H.D.Thoreau: "un uomo [...] riconoscibile come tale dallo sviluppo del suo organo di "aggregazione", da una chiara mancanza di intelligenza e da un'allegra sicurezza di sè" (compiaciuti, ovviamente, dall'essere riproduttivamente capaci). Ebbene la virilità non ha nulla a che fare con tutto ciò. Significherebbe altrimenti abbassare l'essere umano ad un sistema di valori più adatto alla fauna della savana (in cui un leone, ad esempio, è maschio, quindi al di sopra, quindi virile, se riesce a sormontare la femmina; capacità che nel maschio umano viene sminuita, quindi egli reso inferiore, dall'attribuzione di caratteri ritenuti femminili, come il rosa, nel nostro caso) che a bipedi produttori di scienza e letteratura con milioni di anni di evoluzione alle spalle. Piccola parentesi: la questione del colore. In realtà prima della Grande Guerra la distribuzione dei colori verso i generi era esattamente invertita: il blu era colore più femminile, perchè associato al velo virginale della Madonna (nelle statue e nei dipinti è blu), mentre il rosa era considerato una variante più
chiara del rosso, colore della passione e della potenza, del toro, ecc. Ancora, in epoche più recenti, un'intera squadra di calcio, sport stereotipicamente macho per eccellenza, indossava una divisa completamente rosa (la Juventus). Chiusa parentesi. Questo per dire che i colori non hanno genere sessuale, ma semmai vi sono attribuiti per convenzione, per soddisfare un'esigenza.
Da cui invece vengono separati e sovraestesi a tutto il campo dell'identità di genere, vincolando gli uomini ad aderire ad un certo modello (di gusti, di abbigliamento), che è di per sè una limitazione alla libera espressione della propria persona (e personalità), una castrazione autoimposta. Rendendoli così guardinghi: "Oddio, se dico questa cosa, se indosso quest'altra, sarà da femmina (da finocchio)?". 
Ora se simili basse associazioni posso comprenderle da un adulto di un'altra epoca con scarso livello di scolarizzazione, o me le aspetto quanto meno da un bambino delle elementari, non le concepisco proprio possibili nella mente di ventiquattrenni contemporanei (universitari per giunta, che non è un dettaglio).
A mio avviso, essere virili significa ben altro. La virilità sta nel prendersi le proprie responsabilità, nell'affrontare la vita e il dolore a testa alta, nel coraggio delle proprie idee, nell'agire non solo quando possiamo ricavarne un beneficio, ma anche quando non ci conviene, perchè è giusto, perchè ci crediamo. Nell'essere se stessi sempre a prescindere dalle opinioni altrui, impavidi. Dall'amare il prossimo anche quando ci odia. Dallo stare in piedi quando tutto ci crolla addosso. Dal non mettere davanti alle persone la propria stanchezza. Dal vivere la vita (e la morte) con le palle, metaforicamente parlando.
E' questo il modello di virilità a cui mi ispiro (e a cui aspiro). Una autentica, solida, in quanto non esteriore, non meramente estetica, non artefatta.
Una virilità questa, tranquilla di fronte a candeline rosa, che sono solo candeline rosa.

sabato 30 aprile 2011

Sulla lettura, ovvero, pensieri di un grigio sabato d'aprile come quando fuori piove (ebbene sì, ci piace la Wertmüller)

Oggigiorno si pensa che la lettura sia un semplice passatempo, uno svago da relegare al tempo libero. Perciò, in una società che riduce la letteratura a mero diletto, e non dà credito in generale alle discipline umanistiche, la lettura ha assunto la categoria di una sorta di inclinazione personale, di una tra le tante forme di intrattenimento soggettivo. Ovvero, ci sono persone a cui piace leggere e altre che non ne sentono l'esigenza (nè l'importanza). In altre parole, lo stesso percorso naturale per il quale alcuni nascono con gli occhi azzurri ed altri no, si applica all'approccio alla lettura. Credo, sinceramente, che sia una madornale castroneria. Ho imparato ad amare la lettura (nella quale ora, tra l'altro, sublimo la mia libido, ma questa è un'altra storia), non certo per una predisposizione personale. Quella era, invece, rivolta essenzialmente alla televisione, nel suo uso più ricettivamente passivo e dispersivamente anodino. Ero totalmente e pedissequamente assorbito dal palinsesto di Rai1 e Italia1. Mattina, pomeriggio e sera. Tuttavia mia madre riteneva che questo rincoglionimento mediatico non fosse consono al genere umano, e nel caso specifico, a me, uno dei suoi elementi costitutivi. Mi tartassava continuamente, stile Santa Monica - perchè invece di stare là davanti, non leggi!? - oppure - spegni "quel coso" (lo chiamava così) e leggi! - o la variante - Ste' apri un libro e leggi! -, e poichè all'epoca avevo una certa soggezione nei confronti di mia madre, feci quanto così pacatamente mi suggeriva. Il resto è storia. Tutto questo per arrivare alla questione fondamentale. Perchè si può e si deve leggere? Semplicemente perchè ci rende persone migliori. La letteratura, come l'arte tutta, tenta allo stesso tempo alla formalizzazione teleologica della realtà, ad assolutizzare l'esistenza, dando sfogo all'intima esigenza umana di trovare un'unità al tutto, di universalizzare il particolare, di far confluire l'infinito, del mondo, della vita, nel finito di una rappresentazione estetica. Allo stesso tempo mostra l'incompiutezza del mondo, la sua imperfezione, e la morte, tanto quanto se ne separa, nella misura in cui il lettore, catarticamente, nell'atto di leggere, esce da se stesso, per poi ritornarvi più completo, più vicino alle infinite rapresentazioni di questo mondo, e della vita in esso e degli altri, divenendo consapevole della sua intrinseca eterogeneità esistenziale. "Un'opera d'arte [è] come un'intensa esperienza vissuta, attraverso la quale si risale all'esperienza che ne è all'origine, e si amplia il proprio universo umano" (M.Fusillo, Estetica della letteratura). In definitiva, la lettura è qualcosa che ci riguarda da vicino, di profondamente importante. Heine scrisse che "là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini", che parafrasata, suona anche così: ovunque si ignorano i libri, si finisce per ignorare anche gli uomini. E sappiamo bene cosa succede quando l'uomo viene "ignorato" ontologicamente, ridotto a merce di scambio, ad oggetto, a pezzo di carne, a servo (di se stesso, degli altri), ad animale. E la conoscenza del mondo corrisponde di fatto alla conoscenza della propria persona, della propria dimensione intima (che cosa siamo se non universi?), di ciò che c'è al di sotto della nostra semplice fattualità corporale, inglobando anch'essa in uno "spirito" che è poi superiore alla somma delle parti. Scrive Proust nella Recherche: "ogni lettore, quando legge, è soltanto il lettore di se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una sorta di strumento ottico ch'esso offre al lettore per permettergli di scorgere ciò che forse, senza il libro, non avrebbe veduto in se stesso". L'atto di leggere, quindi, corrisponde all'atto di scrivere, di creare, per estensione, e dunque di avvicinarsi a quell'Unità, a quel tutto, di cui si parlava. Tutto questo si estende ad una dimensione sociale, ovviamente. Nella logica contemporanea lo spessore individuale e la condizione economica coincidono. L'Uomo si considera in base al suo denaro. E' meglio studiare o fare qualcosa che mi porterà prestigio e a guadagnare tanto, piuttosto che perdere tempo con la letteratura. E così ci autoimponiamo una riduzione all'ABC dei pensieri, delle emozioni, dei comportamenti. Con tutto ciò che, nel privato come nel pubblico, ne deriva.

mercoledì 27 aprile 2011

Wanderlust

Viandante sul mare di nebbia, olio su tela, 75 x 95, 1818
Ovvero una sorta di bisogno compulsivo di viaggiare, di vedere nuovi posti, passeggiare tra la natura, per le valli, immersi nel verde, osservando questi panorami immensi di montagne taurine stagliarsi su un cielo azzurro al rumore del vento che scuote l'erba e le chiome degli alberi, tra rivoli e cascatelle, alla Heidi e le caprette ti fanno ciao, ecco. Era una delle categorie imprescindibili dell'esistenza romantica ottocentesca, nella sua incarnazione tedesca, almeno. Moltissimi scrittori, poeti e pensatori di quel tempo partivano per poi potersi dedicare a serene wanderungen alla luce della terribile dirompenza di paesaggi bucolici incontaminati, con la loro opulenza vegetale, le loro voci non censurate, i luoghi ameni, medium tra sè e l'anima del mondo avito, le sue radici, ricaricandosi lo spirito, ispirandosi, per più tardi servirsene. Ho vestito i panni del romantico, ho riscoperto il piacere del contatto diretto con tutta questa Natura. Prima con Villa Gregoriana a Tivoli, sotto la pioggia, solo col K-way, come a rendere più intima l'unione (con me, con le persone con me, col resto). Che fa lo stesso effetto dell'armadio di Narnia, come entrare in un altro mondo, un luogo nel luogo, inabissarsi verso il centro della spirale e risalire, confessati, purificati. Poi sulle pendici del Salviano, l'odore degli alberi, la valle tra le montagne, a dilatare gli orizzonti, anche mentali, ideali. Con i miei. A rinverdire i nodi. Mio padre è la conferma che nella vita si devono seguire le proprie inclinazioni, vocazioni se vogliamo; il sacro fuoco dentro. Voleva fare l'insegnate di educazione fisica. Le circostanze hanno voluto altrimenti. Ma è bravo, ce lo vedi in quel ruolo, è, come si dice, portato, e la conferma è che non mi sono incazzato mentre mi spiegava come eseguire un esercizio (su quei cosi dei percorsi della salute),  ma al contrario tutto concorreva alla realizzazione del momento perfetto. Come quei romantici, moderno Wanderer, ho camminato, pensato e conosciuto. Più di tutto, una parte di un uomo.

martedì 26 aprile 2011

Nessuno si salva da solo

E uno pensa allora che il titolo c'entri in qualche modo con quello che succederà, o quanto meno che si riferisca a qualcosa nella storia. Un pensiero filosofico, una massima, una teologia laica. E invece è solo una frase che pronuncia la Lei del romanzo a un certo punto, così, perchè un po' di mistificazione fa sempre bene, fa audience, performativizza uno spessore, che è subito abortito, solo nominale. La stessa attesa tradita con La lingua perduta delle gru. Ma faccio un passo indietro. Ci sono questo Lui e questa Lei seduti a un tavolo in un ristorantino della Roma turistica. Sarebbe adatta per una messa in scena minimalista, stile Dogville: un tavolo, una sedia, i due attori e il loro tête-à-tête, tutto nero intorno, buio. Le sole parole. Sono stati sposati, hanno dei figli, poi le cose sono andate a rotoli, si sono separati, il rancore. E ora sono l'uno di fronte all'altro, così, a cercare di capirci un po' qualcosa. Tutto in uno stile semplice, poche subordinate, frasi lineari, una certa propensione al parossismo liberoparolista, ma glielo si concede, per licenza poetica, però Margaret  mi scade nella coprolalia! E questo voyerismo sotteso nella morbosa rievocazione di dettagli intimi, voglio dire, che loro abbiano fatto sesso è tautologico, ma essere cosciente delle di Lui prurigini erotiche e del godimento di Lui sempre nel darci dentro, non vedo come possa arricchirmi spiritualmente ecco. Qualunquizza, semplifica troppo. Rientra perfettamente nel genere, nel postmoderno. Le relazioni sono difficili, e quelle sentimentali lo sono ancora di più, sono infinitamente complesse. A questo si aggiunge che tra due persone che vivono insieme per tanto tempo accade qualcosa, le circostanze, i pensieri, la routine, tutto raggiunge un ulteriore livello di complessità. Quindi, altro che questo romanzo da bere, ci voleva l'emetica verbosità di, tipo, Foster Wallace per metterla su carta, uno di quei mattoni che, sì fai fatica, ma quando li hai finiti hai così tanta umanità dentro che ti senti in sintonia con la Creazione tutta, da catarsi. La Mazz incarna lo zeitgeist: punta sul sentimentalismo, sull'autoreferenzialità delle espressioni emotive, sul servizio di Studio Aperto insomma. Tuttavia certe frasi segnano il punto: nelle descrizioni delle loro anime, silhouettes interiori, molto delicate. Comunque più che alla mimesi, l'autrice punta alla creazione di un'aura, di una sensazione. E bisogna dire che ci riesce, perchè alla fine ti ritrovi di fronte al mistero di questa incomunicabilità, di questa voragine che esiste tra esseri umani e tra uomo e donna, che si allarga nel matrimonio, come una fatalità. E fai il riscontro con le coppie che conosci, con i mariti, le mogli, e rivedi quei modi di fare, di stuzzicarsi, usare parole come piccoli coltellini svizzeri, un velo di risentimento, dopo anni passati insieme. E ti interroghi. Questa voragine tra spiriti esiste in sè, come una tara di natura, o è tutta per altre cause? E' forse insita nella struttura stessa della costruzione matrimoniale, o succede per difetti personali, quindi dipende dalle persone, non dal sistema? Viene da fuori o da dentro? Ciò che ci avvicina determina poi anche il reciproco allontanamento, o bisogna separare le due cose, considerarle indipendenti? E' sempre così che va, bisogna accettarlo, adattarsi? La salvezza, forse l'unica, non può che essere metafisica?