
Oggigiorno si pensa che la lettura sia un semplice passatempo, uno svago da relegare al tempo libero. Perciò, in una società che riduce la letteratura a mero diletto, e non dà credito in generale alle discipline umanistiche, la lettura ha assunto la categoria di una sorta di inclinazione personale, di una tra le tante forme di intrattenimento soggettivo. Ovvero, ci sono persone a cui piace leggere e altre che non ne sentono l'esigenza (nè l'importanza). In altre parole, lo stesso percorso naturale per il quale alcuni nascono con gli occhi azzurri ed altri no, si applica all'approccio alla lettura. Credo, sinceramente, che sia una madornale castroneria. Ho imparato ad amare la lettura (nella quale ora, tra l'altro, sublimo la mia libido, ma questa è un'altra storia), non certo per una predisposizione personale. Quella era, invece, rivolta essenzialmente alla televisione, nel suo uso più ricettivamente passivo e dispersivamente anodino. Ero totalmente e pedissequamente assorbito dal palinsesto di Rai1 e Italia1. Mattina, pomeriggio e sera. Tuttavia mia madre riteneva che questo rincoglionimento mediatico non fosse consono al genere umano, e nel caso specifico, a me, uno dei suoi elementi costitutivi. Mi tartassava continuamente, stile Santa Monica - perchè invece di stare là davanti, non leggi!? - oppure - spegni "quel coso" (lo chiamava così) e leggi! - o la variante - Ste' apri un libro e leggi! -, e poichè all'epoca avevo una certa soggezione nei confronti di mia madre, feci quanto così pacatamente mi suggeriva. Il resto è storia. Tutto questo per arrivare alla questione fondamentale. Perchè si può e si deve leggere? Semplicemente perchè ci rende persone migliori. La letteratura, come l'arte tutta, tenta allo stesso tempo alla formalizzazione teleologica della realtà, ad assolutizzare l'esistenza, dando sfogo all'intima esigenza umana di trovare un'unità al tutto, di universalizzare il particolare, di far confluire l'infinito, del mondo, della vita, nel finito di una rappresentazione estetica. Allo stesso tempo mostra l'incompiutezza del mondo, la sua imperfezione, e la morte, tanto quanto se ne separa, nella misura in cui il lettore, catarticamente, nell'atto di leggere, esce da se stesso, per poi ritornarvi più completo, più vicino alle infinite rapresentazioni di questo mondo, e della vita in esso e degli altri, divenendo consapevole della sua intrinseca eterogeneità esistenziale. "Un'opera d'arte [è] come un'intensa esperienza vissuta, attraverso la quale si risale all'esperienza che ne è all'origine, e si amplia il proprio universo umano" (M.Fusillo, Estetica della letteratura). In definitiva, la lettura è qualcosa che ci riguarda da vicino, di profondamente importante. Heine scrisse che "là dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini", che parafrasata, suona anche così: ovunque si ignorano i libri, si finisce per ignorare anche gli uomini. E sappiamo bene cosa succede quando l'uomo viene "ignorato" ontologicamente, ridotto a merce di scambio, ad oggetto, a pezzo di carne, a servo (di se stesso, degli altri), ad animale. E la conoscenza del mondo corrisponde di fatto alla conoscenza della propria persona, della propria dimensione intima (che cosa siamo se non universi?), di ciò che c'è al di sotto della nostra semplice fattualità corporale, inglobando anch'essa in uno "spirito" che è poi superiore alla somma delle parti. Scrive Proust nella Recherche: "ogni lettore, quando legge, è soltanto il lettore di se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una sorta di strumento ottico ch'esso offre al lettore per permettergli di scorgere ciò che forse, senza il libro, non avrebbe veduto in se stesso". L'atto di leggere, quindi, corrisponde all'atto di scrivere, di creare, per estensione, e dunque di avvicinarsi a quell'Unità, a quel tutto, di cui si parlava. Tutto questo si estende ad una dimensione sociale, ovviamente. Nella logica contemporanea lo spessore individuale e la condizione economica coincidono. L'Uomo si considera in base al suo denaro. E' meglio studiare o fare qualcosa che mi porterà prestigio e a guadagnare tanto, piuttosto che perdere tempo con la letteratura. E così ci autoimponiamo una riduzione all'ABC dei pensieri, delle emozioni, dei comportamenti. Con tutto ciò che, nel privato come nel pubblico, ne deriva.