martedì 26 aprile 2011

Nessuno si salva da solo

E uno pensa allora che il titolo c'entri in qualche modo con quello che succederà, o quanto meno che si riferisca a qualcosa nella storia. Un pensiero filosofico, una massima, una teologia laica. E invece è solo una frase che pronuncia la Lei del romanzo a un certo punto, così, perchè un po' di mistificazione fa sempre bene, fa audience, performativizza uno spessore, che è subito abortito, solo nominale. La stessa attesa tradita con La lingua perduta delle gru. Ma faccio un passo indietro. Ci sono questo Lui e questa Lei seduti a un tavolo in un ristorantino della Roma turistica. Sarebbe adatta per una messa in scena minimalista, stile Dogville: un tavolo, una sedia, i due attori e il loro tête-à-tête, tutto nero intorno, buio. Le sole parole. Sono stati sposati, hanno dei figli, poi le cose sono andate a rotoli, si sono separati, il rancore. E ora sono l'uno di fronte all'altro, così, a cercare di capirci un po' qualcosa. Tutto in uno stile semplice, poche subordinate, frasi lineari, una certa propensione al parossismo liberoparolista, ma glielo si concede, per licenza poetica, però Margaret  mi scade nella coprolalia! E questo voyerismo sotteso nella morbosa rievocazione di dettagli intimi, voglio dire, che loro abbiano fatto sesso è tautologico, ma essere cosciente delle di Lui prurigini erotiche e del godimento di Lui sempre nel darci dentro, non vedo come possa arricchirmi spiritualmente ecco. Qualunquizza, semplifica troppo. Rientra perfettamente nel genere, nel postmoderno. Le relazioni sono difficili, e quelle sentimentali lo sono ancora di più, sono infinitamente complesse. A questo si aggiunge che tra due persone che vivono insieme per tanto tempo accade qualcosa, le circostanze, i pensieri, la routine, tutto raggiunge un ulteriore livello di complessità. Quindi, altro che questo romanzo da bere, ci voleva l'emetica verbosità di, tipo, Foster Wallace per metterla su carta, uno di quei mattoni che, sì fai fatica, ma quando li hai finiti hai così tanta umanità dentro che ti senti in sintonia con la Creazione tutta, da catarsi. La Mazz incarna lo zeitgeist: punta sul sentimentalismo, sull'autoreferenzialità delle espressioni emotive, sul servizio di Studio Aperto insomma. Tuttavia certe frasi segnano il punto: nelle descrizioni delle loro anime, silhouettes interiori, molto delicate. Comunque più che alla mimesi, l'autrice punta alla creazione di un'aura, di una sensazione. E bisogna dire che ci riesce, perchè alla fine ti ritrovi di fronte al mistero di questa incomunicabilità, di questa voragine che esiste tra esseri umani e tra uomo e donna, che si allarga nel matrimonio, come una fatalità. E fai il riscontro con le coppie che conosci, con i mariti, le mogli, e rivedi quei modi di fare, di stuzzicarsi, usare parole come piccoli coltellini svizzeri, un velo di risentimento, dopo anni passati insieme. E ti interroghi. Questa voragine tra spiriti esiste in sè, come una tara di natura, o è tutta per altre cause? E' forse insita nella struttura stessa della costruzione matrimoniale, o succede per difetti personali, quindi dipende dalle persone, non dal sistema? Viene da fuori o da dentro? Ciò che ci avvicina determina poi anche il reciproco allontanamento, o bisogna separare le due cose, considerarle indipendenti? E' sempre così che va, bisogna accettarlo, adattarsi? La salvezza, forse l'unica, non può che essere metafisica?

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